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La presenza dell’irc nella scuola pubblica non è soltanto questione di laicità, ma di democrazia

Il dibattito suscitato dalla proposta del ministro Profumo, di “cambiare” l’attuale insegnamento della religione cattolica (irc) nelle scuole, ha inevitabilmente riacceso confronti e polemiche sulla sua permanenza e sulle sue qualità. Gli interventi sull’argomento spesso dimenticano che se ne discute da oltre vent’anni e che, ignorando quanto è ormai acquisito, si rischia di dar vita ad una vera e propria telenovela.

Chi prende sul serio la proposta del ministro non può ignorare che essa ripete quella del doppio binario avanzata dagli ambienti dei cattolici democratici per esorcizzare la marginalizzazione dell’irc che la Corte costituzionale aveva dichiarato inequivocabilmente facoltativo fino a riconoscere il diritto alla non permanenza a scuola dei non avvalentisi.

Chi continua  a contrapporre laici e cattolici ignora o vuole ignorare che molti di questi si oppongono alla permanenza di tale insegnamento, perché si propongono di restituire la loro Chiesa all’autenticità evangelica: si faccia povera e non integrata con i poteri economici e politici attuando l’imperativo di distinguere ciò che è di Cesare da ciò che è di Dio.

Chi continua, invece, a discettare di laicità, dopo averla per secoli esecrata, e ad  inventarsi l’esistenza di una “buona” laicità per esorcizzare gli oltranzisti laici non può ignorare che, anche molti cattolici  auspicano che a scuola di religione di religioni si parli, come è stato scritto su italialaica, all’interno delle discipline umanistiche e non in un insegnamento specifico per di più sotto il controllo di un’autorità esterna. Quelle ne possono parlare meglio dando conto delle istituzioni e delle culture proprie delle diverse società nelle diverse epoche. Un insegnamento autonomo automaticamente riconosce alla religione una specificità “naturale” negata da molti, tra i quali i cattolici che vivono la loro “fede senza religione”.

C’è, infine, un altro motivo per rinnovare radicalmente i termini della questione.

Bisogna sostituire  la distinzione fra cattolici e laici con quella fra democratici e antidemocratici imitando il cardinale Martini che rifiutava la distinzione fra credenti e non credenti preferendo quella fra pensanti e non pensanti.

In verità la presenza dell’irc non è questione di laicità, ma di democrazia.

L’uguaglianza di diritti e doveri, che ne è il fondamento, deve essere intesa anche nel senso che nessuno può pretendere che la sua “verità” sia più vera di quella degli altri o sia accettata da chi non ne riconosce nessuna. Libero, quindi, ciascuno di credersi possessore della Verità purché non pretenda di imporla agli altri.

La democrazia vuole che l’unico patrimonio di idee e di valori, che deve essere condiviso dai cittadini di uno Stato, è quello sancito nella sua Costituzione, nei suoi principi supremi e nella esplicitazione dei diritti Questo ormai è il vero nome dei valori comunemente riconosciuti come hanno sancito le rivoluzioni liberali nelle loro Carte dei diritti. A questo patrimonio lo Stato, espressione autentica della volontà dei cittadini che lo hanno costruito, attinge per offrire agli studenti un insegnamento etico senza avvalersi delle risorse date dalla religione come qualcuno vorrebbe che facesse. In tale prospettiva uno Stato democratico può e deve  fare da solo anche perché in una società avviata a diventare multietnica e arricchita da un pluralità di religioni non saprebbe di quale avvalersi senza invadere il campo, questo sì non suo, della teologia!!

Giovanni Fioravanti

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